Benedetto Figliuolo

Il Commissario, l’emergenza e la divisa da Alpino

E ditelo che sono proprio i militari che non vi piacciono. Mai, neanche quando sono chiamati a fare del bene, a mettere le mani nel fango e salvare vite.

Il povero Figliuolo, con questo cognome fatto apposta per prendere per i fondelli il paci-fintismo di certi ambienti politico-intellettuali, ha osato presentarsi in pubblico con la divisa.

Anzi, addirittura con la mimetica.

È un Alpino, pluridecorato, uno che è stato in Kosovo, ha comandato il contingente italiano in Afghanistan, si è occupato della logistica nel complicato scenario di Sarajevo, riempiendo di medaglie all’altezza del cuore la sua divisa, anche grazie alla propensione all’aiuto delle popolazioni locali a guerre finite, quando si spengono i riflettori e con risorse scarse bisogna ricostruire sulle macerie.

La cosa farà ridere qualcuno, ma è il suo mestiere, lo fa bene e lo fa anche per noi, visto che a questo servono gli Eserciti in tempo di pace, prima ancora che durante le guerre.

Ha anche tre lauree e un Master, ma siccome da qualche anno “uno vale uno”, gliene conteggeremo una soltanto, tanto per fare finta che il Generale valga quanto un Sibilia qualsiasi.

Il Governo Draghi ha scelto lui, un Generale, un militare, per “fare la guerra al Covid” e farla con mezzi, metodi e strumenti che non lascino spazio a tentennamenti o indecisioni fatali; lo ha scelto, soprattutto, per cancellare la disastrosa gestione del suo predecessore, Arcuri, quello delle mascherine cinesi farlocche, dei banchi a rotelle, dei bandi “lumaca” per i vaccini e i vaccinatori, delle Primule in ogni piazza, dei frigoriferi che non c’erano e della comunicazione improvvisata.

E di fronte a questa scelta, forse sin troppo conservativa rispetto all’esigenza di rimettere ordine in un groviglio di errori commessi nella gestione dell’emergenza nell’era Conte (quello bravo, bello e buono), la maggior parte delle polemiche e dei sorrisini si concentrano sul look del Generale: la mimetica, con tanto di cappello da Alpino, orgogliosamente ostentata da Figliuolo in ogni occasione pubblica, viene giudicata “esagerata”, “inutile”, “autoritaria”, “ridicola”. Certo, benedetto Figliuolo, si sarebbe potuto presentare in guerra, perché di questo parliamo, con i guanti di velluto, la pashmina di cachemire, le scarpette di moda o l’abito buono, per compiacere i suoi detrattori che metterebbero i fiori nei cannoni e pure nelle fiale di vaccino, gente che del cachemire ne ha fatto una scelta e uno stile di vita post-ideologico.

Il pregiudizio anti-militaresco è venuto fuori alla prima occasione utile, per “futili motivi”, al momento.

Il Generale è un potenziale golpista per l’universo dei salottieri e ciarlieri pensatori nostrani, solo perché indossa un abito da lavoro, il suo lavoro, dimostrando, anche esteticamente, che per gestire emergenze e “fare Protezione Civile” occorra essere disposti a sporcarsi le mani e sbucciarsi le ginocchia.

Meglio, per loro, il look da banchiere della City, perché l’abito fa il monaco solo quando conviene.

E allora, magicamente, Figliuolo non merita di essere giudicato per i risultati della campagna vaccinale e a lui non vengono concesse le attenuanti che hanno consentito ad Arcuri di portarci sull’orlo del baratro, sottovalutando l’importanza delle forniture del prezioso siero e costringendoci a non avere scelta anche di fronte ai normali e ragionevoli dubbi nell’affare Astra Zeneca.

No, Figliuolo va crocifisso perché indossa la divisa, addirittura mimetica, addirittura con il cappello da alpino e la penna bianca (riservata agli ufficiali al comando); va crocifisso perché, sbagliando certo modi e tempi, chiede le domande ai giornalisti prima di presentarsi a una conferenza stampa, probabilmente nella speranza di evitare la Caporetto comunicativa di mesi nei quali chiunque passasse dal CTS o da Palazzo Chigi faceva a gara a chi la sparasse più grossa, sulla pelle degli Italiani.

E allora, vista la caratura dei suoi detrattori, sia benedetto Figliuolo e la sua tuta mimetica, la sua vocazione e il suo approccio militare, la sua dimestichezza con gli scenari di guerra e di emergenza.

Per esprimere un giudizio non estetico sul suo operato c’è giusto il tempo di qualche mese, quelli necessari a capire se, nonostante i ritardi e gli errori ereditati, riuscirà a garantire al Belpaese un numero di vaccinati che riduca o azzeri, come sta accadendo in altre Nazioni meno preoccupate dalla “deriva autoritaria” sancita da un Commissario in divisa, il numero dei morti per Covid.

E magari restituisca un po’ di normalità agli Italiani, esausti e provati da un anno di serrate e confusione.

Benedetto Figliuolo, le auguriamo di non fallire e darci la possibilità di salutare con la mano sul cuore la Bandiera italiana alzata idealmente sul pennone per annunciare la fine dell’emergenza.

Anche alla faccia delle “anime belle”.

Autore dell'articolo: Paolo Di Caro

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