Il fenomeno Meloni e la biografia zoppa.

Abbiamo letto e riletto il libro di Boezi e il suo apprezzabile tentativo di cavalcare l’onda dello straordinario, e meritato, consenso dell’unica leader della destra italiana.

Lo abbiamo letto e riletto, ma la ricostruzione delle vicende che portarono Giorgia Meloni a diventare Giorgia Meloni potrà accontentare forse il popolo dei social, quello nutrito a slogan, hashtag e per nulla interessato ai contenuti; certo non può accontentare chi quella storia la conosce, per averla vissuta sulla propria pelle, chi c’era, chi ha contribuito in parte a costruirla.

E questo editoriale nasce per questo; perché chi ha fatto nascere Meridiana era a Viterbo, come a Rieti; perché l’ex Presidente Nazionale di Azione Giovani era Basilio Catanoso, fondatore di questo Magazine online, con un ruolo certo non secondario nelle vicende che il libro prova a raccontare.

Scriviamo perché c’eravamo e crediamo che non basti una copertina a fare un libro e a raccontare una storia. 

E’ una lettura la nostra, quella strettamente politica, “di parte”, contestabile, rivedibile; fatta però da chi c’era, senza la necessità quindi di dover ricostruire faticosamente fatti storici, questi sì, inconfutabili. 

Andiamo con ordine.

A non convincere è il “punto di partenza”, soprattutto quando trascura il contesto nel quale il “fenomeno” è nato; perché sulla selezione di personaggi che oggi accompagnano la Meloni nell’avventura ai vertici di Fratelli d’Italia c’è poco da dire (o da ridire): è una selezione, ne mancano tanti meritevoli di esserci e con ruoli strategici, ma come tutte le selezioni accontenta alcuni e scontenta altri protagonisti della cosiddetta generazione Atreju, manipolo di coraggiosi traghettatori della prima ora di una comunità umana sbandata e disorientata, lentamente e faticosamente ritornata a Itaca. 

Alcune delle figure raccontate da Boezi sono state accanto a Giorgia da sempre e rappresentano oggi la stella polare per tutta Fratelli d’Italia, oltre ad essere forse gli unici veri consiglieri, e amici, della Meloni politica e militante: Lollobrigida, Procaccini e Fazzolari su tutti.

Dove e quando, però, è cominciato tutto?

La pluricitata Viterbo è stata senza dubbio la prima esperienza di autonomia reale del mondo giovanile.
La candidatura di Giorgia Meloni, e la sua elezione, venivano però da più lontano; da Rieti, per essere precisi, e da quella esperienza incredibile e moderna che fu Fare Fronte, con la sua galassia metapolitica, i coordinamenti apartitici, l’irriverenza, la goliardia e il desiderio di una parte del mondo giovanile di superare, anche antropologicamente, il neofascismo, alla ricerca di nuove forme del politico e di una destra che interpretasse realmente la voglia di cambiamento degli Italiani, senza alcun torcicollo e con la voglia di provare qualcosa di nuovo.
Fare Verde, Donne & non solo, Il Bosco e la Nave, l’esperienza editoriale di Morbillo, gli exploit delle liste studentesche e universitarie, possibili grazie al lavoro di numerosi militanti capitanati da Marco Marsilio e Marco Scurria, apriranno la strada alla stagione dei movimenti apartitici nei quali Fare Fronte entrerà prepotentemente e con un ruolo da protagonista.

Sono i prodromi delle immagini di una Giorgia Meloni giovanissima leader studentesca che guida i cortei romani, immagine iconica e rappresentativa di un ideale passaggio di consegne, per il quale ci vorranno anni e vicende che segneranno la storia del mondo giovanile.

Lo strappo dei “Gabbiani” a Rieti che lacerò la corrente rautiana e il conseguente “ribaltone” che porterà all’elezione di Basilio Catanoso, consentiranno proprio durante la Presidenza dell’Acese il consolidarsi nel mondo giovanile di una presenza “altra” rispetto alla classica diarchia Alemanno-Gasparri; una novità non solo formale, ma sostanziale, fatta di relazione con il territorio e di un percorso di crescita e consolidamento della classe dirigente che veniva dall’esperienza romana, colleoppina, rampelliana e della galassia che attorno a questa ruotava.

Questi sono fatti, storie e soprattutto radici, senza le quali neppure la pianta più resistente ha la possibilità di crescere.

A Viterbo si giocò una partita vera, non fu uno show della Meloni che straccia tutti per manifesta superiorità.

A Viterbo la partita si giocò, invece, con Gianfranco Fini pesantemente “al tavolo”, a sostegno della candidatura di Carlo Fidanza, per un fatto strategico, di partito, assolutamente non ideologico.
E lo stesso sarebbe dovuto accadere per la corrente di Altero Matteoli, schierata con Fini e Alemanno, nella quale Catanoso militava, che avrebbe dovuto portare in dote un “pacchetto” di delegati che facevano riferimento, a vario titolo, alla realtà catanese.

Già i voti della sola Catania sarebbero bastati a scrivere una storia diversa.

E invece questo non accadde, nonostante le pressioni fortissime dell’establishment.
Catania e un certo numero di realtà sparse sul territorio scelsero di sostenere la candidata di Fabio Rampelli, la militante studentesca indicata nel quadrunvirato che aveva gestito la realtà giovanile negli ultimi mesi, quella Giorgia Meloni il cui astro, da allora, non smetterà più di brillare. Furono i voti decisivi per ribaltare un esito già scritto, a voler per forza farne una semplice somma algebrica “per correnti”.

E di tutto questo nel libro di Boezi non c’è traccia, seppur le fonti che cita ne hanno invece parlato e conoscono quelle vicende. Ci sono invece parecchie imperfezioni e ricostruzioni errate.

Uno dei tre futuri vice Presidente, il catanese Paolo Di Caro (sostituito nel 2008 da Alberto Spampinato, anche lui catanese) presentò la candidatura di Giorgia, come aveva fatto con Catanoso a Rieti, anche per rappresentare plasticamente e coram populo quale fosse la scelta della comunità catanese; Francesco Lollobrigida (insieme a Nicola Procaccini) si erano magistralmente occupati, insieme a lui, di tessere la tela di alleanze e nuove acquisizioni, in una fase pre-congressuale (e congressuale) tesissima e sul filo del rasoio, esattamente come sarà il risultato finale, con decine di congressi locali da gestire e delegati da scegliere.

Giorgia, alla fine, verrà eletta per una manciata di delegati e da quella vittoria costruirà, con merito e grazie alle sue straordinarie qualità, una carriera da leader della destra italiana, attraversando fasi che avrebbero potuto distruggere il patrimonio ideale e umano di un intero mondo “tradito” dalla meteora finiana.

L’unica, vera, intuizione del libro di Boezi è la copertina: Giorgia Meloni è la novità assoluta della scena politica nazionale e merita già biografi e narratori che ne spieghino il fenomeno anche ai profani; perché senza il suo coraggio, le sue doti politiche, la capacità di giganteggiare per doti comunicative e la dote innata di parlare alla gente facendosi comprendere, non ci sarebbe oggi nessuna destra da raccontare.

Per tutto il resto, forse, occorrerebbe un pizzico di maggiore rigore scientifico e l’umiltà di farsi raccontare i fatti da chi li abbia vissuti.

Il rammarico è quello che nell’era della parcellizzazione e della socializzazione dell’informazione, dei like e dei “cuori” pre-confezionati e schierati, nessuno si prenda la briga di leggerli i libri, fosse solo per poter dire “non mi piace” senza dover per forza usare una emoticon.

O non dover dire “mi piace” solo per dovere.

Autore dell'articolo: Redazione MeridianaMagazine

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