Censura e boicottaggio: quella Sinistra che parla solo con se stessa.

L’Italia del 2025 è un castello infestato da spettri. Sono i fantasmi degli anni ‘60 e ‘70, quelli degli anni di piombo, della strategia della tensione, degli opposti estremismi; quelli dei ragazzini morti ammazzati da una parte all’altra delle barricate, delle pozze di sangue sul selciato, delle Brigate Rosse sedicenti e dello spontaneismo armato.
Fantasmi, senza corpo, senza anima, ormai senza ideologia, eppure evocati continuamente da quella frangia intellettuale italiana egemone che si sente minacciata dall’avvento di una stagione fuoriuscita, a volte per caso, dai recinti dell’ortodossia, del politicamente corretto (a modo loro) e del dogmatismo.
C’è tutto l’armamentario e le parole d’ordine che spianarono la strada alla violenza politica in quegli anni terribili: i manifesti firmati da accademici, scrittori e artisti, il pericolo pan-fascista dietro ogni angolo, gli scioperi generali politicizzati, le manifestazioni di piazza monocolore, la cappa schmittiana applicata alla dualità “amico-nemico”, propedeutica a ogni guerra per bande che si rispetti.
E ci sono i roghi simbolici di libri a “Più libri, più liberi”, l’evento alla Nuvola il cui nome è già un paradosso, vista l’insopprimibile esigenza da parte di alcuni di stabilire chi meritasse uno stand a Roma e chi no.
Sono cambiati gli attori e le attrici, quello sì, perché la moderna sinistra diffusa non ha più come mantra e spina dorsale le parole d’ordine dei giganti del pensiero di quegli anni “formidabili”, della Scuola di Francoforte con la sua critica radicale al capitalismo avanzato, del marxismo dogmatico o di quello strutturalista francese, dell’esistenzialismo engagé di Sartre, della critica radicale dei situazionisti alla Debord, di Marcuse o della contestazione dell’autorità, della famiglia patriarcale, della scuola selettiva e dell’università di massa.
Di questo criticabile, ma rispettabilissimo, pantheon rimangono copie sbiadite e militanti che masticano senza troppa sostanza di antifascismo dogmatico, ecologismo, cancel culture, causa palestinese Albanese-style e un fritto misto di femminismo e trans pensiero.
Debole, per giunta.
Straparlano di censura e chiedono che i nazisti dell’Illinois di Passaggio al Bosco vengano esclusi dai festival del libro più per assenza di anticorpi libertari nelle proprie fila che per reale convinzione.
Non sanno cosa dire, in fondo, sembrano non avere una visione del mondo che vada oltre le parole d’ordine del conformismo universalista e del pensiero debole come filo conduttore; la risultante è un minestrone illiberale, anti-libertario, censorio e violento.
In questa realtà distopica finisce quindi anche un insospettabile come Giuseppe Culicchia, cugino di Walter Alasia e autore di libri sul brigatista rosso che (da morto) diede il nome a una celebre “Colonna”: viene contestato a Torino dai rampolli di Askatasuna perché ha avuto l’ardire di scrivere di Sergio Ramelli, studente di destra sprangato a Milano nel 1975.
Il manifesto ideale di questi libertari che dovrebbero insegnarci a leggere, a scrivere e a vivere è tutto in uno striscione, appeso fuori dalla sala: “Fascista morto, concime per l’orto”.
Parlano di Sergio.
E in fondo parlano di chiunque non la pensi come loro.
Tutto normale, no?
E poi i convegni “contestati” su Celine a Catania e la levata di scudi contro il suo presentatore, Andrea Lombardi, uno dei massimi esperti in Italia del genio irregolare francese, ma con il peccato originale di una candidatura con Casa Pound alle elezioni politiche.
La libertà è bella, ma quando decido io chi e dove possa parlare o meno, insomma.
Infine, giusto per dare alle parole l’essenza del loro significante, a un evento che si chiama “Più libri, più liberi” i soliti noti propongono il rogo per il catalogo della casa editrice fascisteggiante Passaggio al Bosco, così dicono loro e quindi avranno ragione, per cui non meritevole di stare a fianco dei sinceri democratici e libertari con le apologie di Stalin e delle Brigate Rosse in catalogo.
C’è un clima tale da far venire voglia, per un attimo, di riascoltare in loop il programma con le telefonate libere e non censurate di Radio Radicale negli anni ‘90, solo per ascoltare le valanghe di insulti senza censura che cambiarono in tutti noi la percezione del concetto di libertà assoluta e fecero da precursore della deriva senza freni dei social.
La verità è che la Cultura e i libri dovrebbero essere il luogo della contaminazione, dell’irriverenza, della provocazione, del confronto fra diversi, certo non un circolo di amici che leggono fra loro solo quello che asseconda una monolitica e partigiana idea del mondo e della società.
Siano benedette le case editrici eretiche, quelle che trovavamo in sezione con i fogli ingialliti dal tempo, le copertine poco ricercate e i contenuti incendiari, perché in quelle pagine intrise di un odore misto di carta e muffa abbiamo imparato il pensiero critico, abbiamo conosciuto il male senza subirne la rappresentazione altrui, abbiamo formato coscienze capaci di mettere Pasolini e Pound nella stessa inquadratura e costruirci intorno una palestra di idee.
E tutto questo in mezzo a tanta spazzatura, come in tutti i cataloghi di qualsiasi casa editrice, soprattutto quelle senza mezzi e un po’ sgangherate, con tanti libri autoprodotti e pochi correttori di bozze.
Leggevamo i giganti della Rivoluzione Conservatrice, con il piacere e la curiosità di collocarne gli scritti nella temperie storica e culturale del loro tempo, ma al tempo stesso trovavamo in libreria e nei mercatini, insieme a Marcuse e alla Scuola di Barbiana, i manuali per costruire le molotov e le tecniche di guerriglia urbana che a sinistra si pubblicavano dagli anni ‘60, senza censura, con il loro corollario di idee violentemente anti-sistemiche che racconta meglio di qualsiasi trattato di sociologia quale fosse il terreno nel quale avrebbero mosso i loro passi anche le future sedicenti Brigate Rosse.
Leggere, tutto, sempre, è il vero salvacondotto per non subire indottrinamenti e resistere alle lusinghe del pensiero unico, in qualsiasi forma si presenti; e non è un problema di destra o sinistra, di fascismo o comunismo, perché i regimi che bruciano i libri difendono solo se stessi e se ne fregano della visione del mondo.
É difficile capirlo quando, come per gli editori in corteo contro Passaggio al Bosco a Più libri più liberi, l’unica preoccupazione è mantenere in vita un antifascismo da maniera, un argomento più politico che culturale, la solita clava da tirare in testa all’avversario; un argomento che si muove in un range ampio di fascismo che va da Cacciari, noto intellettuale di sinistra che difende a spada tratta la libera manifestazione del pensiero, fino a Leon Degrelle, passando per gli storici e storiografi che raccontano i tempi senza sforzarsi di interpretarli e fornire verità preconfezionate.
A questo composito esercito di scandalizzati censori bisognerebbe far notare come quasi nessuno legga più i libri e che pensare di vietarne alcuni a discapito di altri avrebbe il risultato di diminuire ancora di più la platea di potenziali lettori.
E non solo: i contenuti proibiti, quelli censurati, quelli che fino alle levate di scudi contro i testi scandalosi nessuno si filava, sono in rete da tempo, venduti (e comprati) sulle piattaforme online, da Amazon, da Mondadori, Da Feltrinelli (ohibò), in quell’orgia di informazione con e senza filtri che è il web.
La scritta sul muro è sbiadita, come le idee degli orfani del Maggio francese: “Il est interdit d’interdire”.
“Vietato vietare”.
Aveva ragione Faber, “per quanto voi vi crediate assolti, siete per sempre coinvolti”.

