
Kimi, il campione-ragazzino, e l’Italia che fa pace con la Formula 1.
Con quella faccia un po’ così, quell’espressione un po’ così, che hanno quelli che vincono un Mondiale di Formula 1 a vent’anni.
A vent’anni hai l’incoscienza giusta per non pensare troppo a quella curva da percorrere in fondo a un rettilineo da 320 chilometri l’ora, il fegato per pensare più alla PlayStation e al simulatore che all’evenienza di uno schianto contro le barriere.
Kimi Antonelli non è solo incoscienza e gioventù vissuta ad alta velocità: è il “predestinato”, aggettivo ampiamente abusato, capace di costruire questo miracolo sportivo attraverso l’abnegazione e il lavoro, con una famiglia benestante alle spalle e un’etica del lavoro che sconfessa in un solo momento la retorica pauperista di chi odia il successo e il denaro, a volte per invidia, così come il capitalismo amorale e familista tipico dell’Italietta del dopoguerra.
Antonelli è un “unto dalla Mercedes”, capace più della Rossa di Maranello di investire sul talento puro sin dai primi vagiti in formula kart; è forse l’ultimo baluardo tricolore capace di far amare una Freccia d’Argento persino al fanaticissimo popolo del Cavallino, in preda da qualche anno a una cronica crisi di nervi per gli scarsi risultati del brand motoristico più affascinante del mondo.
Nel pantheon dei super campioni brufolosi, dopo Sinner, entra di diritto il Bolognese volante e il suo contagioso sorriso, le lacrime gioiose e il volto stravolto dal caldo e dalla fatica; campioni così diversi dallo stereotipo dello sportivo da passerella e ricchezza ostentata, da non sembrare neppure reali.
Eppure è lì, umana troppo umana, questa generazione di fenomeni, a ricordarci come lo sport possa essere un asset economico, valoriale, persino estetico; una generazione che si prende quello che vuole, senza aspettare sussidi o aiuti di Stato, senza urlare, macinando ore di allenamenti e lavoro, svestendo i panni dei mammoni pantofolai e viziati per vestire quelli dei giovani con la testa da adulto, capaci di programmare e programmarsi.
C’è una Bellezza devastante in questo Mondiale vinto in faccia agli Hamilton e ai Verstappen, domando i cavalli esuberanti della Mercedes di Toto Wolf: è la Bellezza della Velocità di marinettiana memoria, la Bellezza della gioventù che resiste, la Bellezza di un’Italia capace di coniugare i verbi al futuro, la Bellezza dello sport e della sua purezza rivoluzionaria.
Si riposa Jannik, in attesa del ritorno, esplode Kimi, con quel Tricolore guascone sulle spalle.
Vince l’Italia, una volta tanto, una volta di più.

