
Stavolta è fuorigioco, Capitano.
Non basterà alzare il braccio, invocare la clemenza degli Dèi del calcio, sfruttare la propria aura da artista dell’area di rigore: il tempo è finito, compresi i minuti di recupero.
Franco Baresi non è un calciatore qualsiasi che ci lascia, perché appartiene a quel limbo dorato nel quale i campioni diventano bandiere, legano il loro nome a una maglia, a dei colori, per poi restare lì, patrimonio eterno dell’umanità sportiva, a disposizione e nella memoria di chiunque.
Baresi è il Milan, la Nazionale, il calcio, nella sua essenza più profonda.
É il muro davanti al portiere, l’ultimo baluardo di fronte agli avamposti nemici, quello al quale affideresti la cosa più preziosa che hai da difendere; è il guerriero del Rose Bowl di Pasadena nella finale di USA ‘94, giocata divinamente per l’Italia con un menisco operato venticinque giorni prima, così come l’orgoglioso capitano di un Milan che vince, suo malgrado, due campionati di serie B, oltre a 6 scudetti, 3 Coppe dei Campioni/Champions League, 2 Supercoppe Uefa, 2 Coppe Intercontinentali.
Franco è stato una icona, con quello sguardo alto a scrutare l’orizzonte, gli occhi fieri e mai bassi, che si trovasse di fronte Romario, Bebeto, Platini o Maradona, che lo definì “il più grande difensore di sempre”, oppure un giovane carneade della cadetteria.
Ha imposto le mani su ragazzini rampanti, da Tassotti a Costacurta, da Maldini a Filippo Galli, consacrandoli campioni o, banalmente, trasmettendo loro le competenze di base per spenderle al meglio sui palcoscenici più prestigiosi.
Con semplicità, senza fronzoli, senza vezzi da divo, con le debolezze e la riservatezza di qualsiasi essere umano.
Franco è stato uno spartiacque: l’ultimo dei Mohicani nella difesa “a uomo”, nelle stagioni nella quali il gesto tecnico contava più della tattica, come il primo a interpretare il “calcio nuovo” della difesa in linea, del fuorigioco esasperato, degli occhi spiritati di Arrigo Sacchi che predicavano ritmi ossessivi e furore agonistico.
Un gigante, con la maglia perennemente fuori dai calzoncini, i calzettoni abbassati, la voce roca e quel velo di tristezza comune alle anime tormentate, quelle che combattono con sé stessi fuori dal campo, per poi trasfigurarsi dentro il rettangolo di gioco e dominare le maree.
Per dirla con Gianni Brera, il “Piscinin” che diventiò “Kaiser Franz”.
Adieu, Capitano.
Solo i grandissimi non hanno bisogno di ricordarci con chi abbiano giocato, meritando un picchetto d’onore con i colori di tutte le squadre e il rispetto universale, a prescindere dal tifo e dalle appartenenze.
Sei stato, e sarai per sempre, Franco Baresi: il Capitano con la maglia numero 6.

