
Il tour dello “storico” Eric Gobetti fa tappa a Misterbianco e in diverse scuole della provincia di Catania.
Imperdibile, davvero.
Un negazionista puro, mascherato da storico rigoroso, uno che sostiene l’assoluta marginalità del fenomeno delle foibe, contro ogni evidenza documentaria, e che prende in giro già dal titolo del suo capolavoro chi (forse lo Stato?) voglia continuare a ricordare la tragedia delle foibe e dell’esodo da Istria, Fiume e Dalmazia.
Le sue foto accanto alla statua (e alla tomba) del Maresciallo Tito, il massacratore degli Italiani, sono facilmente reperibili in rete: fazzoletto rosso, maglietta con la faccia del Maršal, pugno sinistro chiuso e alzato al modo delle “squadre” titine, le stesse che nel dopoguerra si resero protagoniste di azioni terribili contro gli Italiani, colpevoli solo di esserlo.
Italiani, non “fascisti” o collaborazionisti, come sostiene il sedicente storico: insegnanti, portalettere, carabinieri, uomini e donne senza divise, spesso gettati ancora vivi nelle tremende cavità carsiche dalle quali i silenzi conniventi del dopoguerra hanno restituito corpi e dolore senza una lacrima versata sulle tombe.
Anche questo è documentato e accertato da storici neutrali e dovrebbe appunto essere consegnato alla storia, o raccontato dai figli dei reduci, spesso esuli anch’essi.
Come è storia che la resistenza jugoslava, quella dei “Partizani” celebrati da Gobetti e dall’ANPI a Misterbianco e Paternò, fu abbastanza differente da quella del resto d’Italia: non lavorava tanto e solo per la Liberazione, quanto per il disegno di una Venezia Giulia comunista, orchestrato dalle autorità jugoslave di Tito già tra il 1943 e il 1945, proseguito con maggiore crudeltà nel dopoguerra, che mirava ad annettere il territorio alla Jugoslavia attraverso un’epurazione preventiva di oppositori reali o, più spesso, presunti.
Questo progetto portò alle stragi delle foibe e all’esodo di circa 300.000 persone, allo sradicamento degli Italiani e alla loro umiliazione durante il viaggio da esuli verso la madrepatria, con la regia del PCI e dei sindacati che li aspettavano bandiere in mano nelle stazioni per sputare addosso a chi osava fuggire dal “paradiso” titino.
Una storia in continuità con episodi emblematici di una guerra che si combatteva a fascismo sconfitto: furono partigiani, amici dei partizani, i mandanti del massacro della Brigata Osoppo, i cosiddetti “partigiani bianchi” non comunisti, trucidati dai loro “compagni” al soldo del PCI, nel 1945, per consegnare quel pezzo di Resistenza a lui, il Maresciallo.
Per tornare a Gobetti, in fondo si tratta solo di una specie di Robert Faurisson di casa nostra, un po’ meno accademico nella forma e un po’ più pittoresco nella sostanza; un negazionista insomma, un riduzionista, uno che minimizza tutto, definendo il termine foibe già troppo crudo, declassandole a “normali” luoghi di sepoltura e tralasciando le testimonianze di chi ha visto i propri cari gettati vivi, come detto, nelle fosse.
Non sarebbe successo granché, i morti non furono altro che una conseguenza algebrica dell’occupazione nazista, il giorno del Ricordo una bieca operazione revisionista del centrodestra e nulla più.
In pratica da Violante a Napolitano, fino a Mattarella, i Presidenti della Repubblica e i politici, anche di sinistra, si sarebbero inginocchiati a Basovizza per onorare qualche fascistello smaltito nella differenziata, per compiacere Ignazio La Russa o per tenersi buoni i cuginetti della Meloni.
E per questo hanno pure approvato una Legge, la 92 del 30 marzo 2004, invitando tutti a riflettere, parole di Giorgio Napolitano (noto collaborazionista?), sulla “tragedia di migliaia e migliaia di famiglie, i cui cari furono imprigionati, uccisi, gettati nelle foibe. […] Una miriade di tragedie e di orrori; e una tragedia collettiva, quella dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati, quella dunque di un intero popolo”.
Eh, ma noi abbiamo lo storico Gobetti, con le sue foto in posa davanti alla statua di Tito, che ci racconta un’altra storia, quella vera, quella meditata, quella “rigorosa”, come si affrettano a definirla le vestali del pensiero conforme.
Solo che questa operazione di “rimozione della rimozione” il buon Eric la compie sulle foibe e non sull’immane (e imparagonabile, per carità) tragedia dell’Olocausto, per cui è uno “storico” e non un cialtrone.
Fa già ridere (o piangere) così.
A Catania, e dintorni, dopo anni di infastiditi pruriti di alcuni a fronte delle circolari ministeriali tese a far ricordare la tragedia delle Foibe e dell’Esodo, una parte di sinistra indomita, fiancheggiata dall’ANPI, ha pensato bene di “contrattaccare”; e anziché farlo con uno storico vero, con un minimo di credibilità ed equilibrio, ha scelto un saltimbanco ideologizzato.
E con loro alcuni istituti scolastici, nel migliore dei casi ignari del disegno revisionista del revisionismo, si sarebbero trovati ad ascoltare la “lectio magistralis” (e scusate se non si riesce proprio a smettere di ridere) di tal Eric Gobetti, autore del bestseller “E allora le Foibe”, per farci sapere nel giorno del Ricordo che stiamo ricordando la cosa sbagliata.
Geniale, no?
Senza contraddittorio, per carità, quello si richiede con forza quando il relatore non sia allineato al pensiero dominante dei detentori della verità storica.
One man horror show.
Una tristezza infinita.
Qualche tempo fa sempre Avvenire, il quotidiano della CEI, paragonò la presenza di Gobetti in giro per gli istituti scolastici, con questa sua ingombrante gallery fotografica da ultras titino, al paradosso di un nostalgico con le foto a Predappio col saluto romano invitato a parlare di fascismo ai giovani.
Dopo le proteste, in pieno esercizio della libertà di opinione, qualche dirigente scolastico ha pensato bene di rileggere la circolare e informarsi su chi fosse Eric Gobetti, annullando precauzionalmente l’incontro con gli studenti senza un adeguato contraddittorio.
Giusto? Sbagliato?
Forse le scuole meriterebbero un pizzico di maggiore attenzione rispetto alla necessità di garantire che di fatti storici si parli con rispetto per una materia da maneggiare con la dovuta cura.
Per quanto riguarda Eric Gobetti, e quelli come lui, non credo sia intelligente trasformarli in martiri della libertà d’espressione: raccontare i libri, le opinioni più assurde e anche scabrose dovrebbe essere sempre garantito e difeso, proprio in nome del diritto di espressione e dell’esercizio della critica e del contraddittorio.
Sempre, non solo quando conviene,
Sono altri quelli che dovrebbero scandalizzare: i presunti democratici, quelli che impediscono, dietro il paravento della loro “verità”, la presentazione di libri, i dibattiti, le voci differenti, le eresie intellettuali, la presenza di una casa editrice non allineata a una fiera del libro.
Gobetti, e quelli come lui, si confutano nel contraddittorio, con le testimonianze, con la grande produzione storiografica venuta fuori negli ultimi anni grazie, anche, alla legge 92, con le voci e i volti di chi quella storia l’ha vissuta e pagata sulla propria pelle.
Lasciatelo parlare, per carità.
Ammesso che lo invitino a un dibattito con qualcuno, anziché lasciargli come sta accadendo un megafono a una sola voce, per trasformare le menzogne in “rigorosa verità storica” e scardinare, è questo l’obiettivo reale, la faticosa ricostruzione delle vicende del confine orientale tanto meticolosamente occultate negli anni dai fratelli, dai cugini e dai sodali del Gobetti di turno.

