Etna da Oscar

Vigna Barbagalli, più che un vino uno stato dell’anima

La strada che conduce a Randazzo, da Linguaglossa, è un continuo alternarsi di vigneti e lava, in uno scenario naturale cangiante a seconda delle stagioni. 

La costante è questo continuo arrampicarsi delle viti lungo costoni di colate spente, dove la “sciara” racconta secoli di eruzioni che hanno disegnato la morfologia della terra del Vulcano. 

Quando si arriva a Pietradolce, l’Azienda di Michele Faro, si capisce perché di questa terra ci si possa innamorare: l’unica concessione alla modernità applicata alla viticoltura e all’enologia è la cantina, ancora in costruzione, che mescolerà le attività di famiglia, che oltre al vino raccontano di uno dei vivai più importanti del mediterraneo, proponendo uno spazio per metà ipogeo sormontato da una vigorosa macchia mediterranea a fare da tetto naturale, con un sistema di riciclo e riutilizzo delle acque meteoriche e dell’energia solare. Poi si sale. Senza scomodare Nietzsche o il suo Zarathustra questa montagna da scalare per raggiungere le vigne più antiche, quelle dell’affascinante Archineri o quelle austere e “magiche” del Vigna Barbagalli (candidato Oscar del Vino 2016 nella Categoria Vini Rossi), è la metafora del “fare vino” sull’Etna: una dimensione intima, tradizionale, fatta di difficoltà e capacità di assecondare la lucida bizzarria della natura. Vigna Barbagalli, a novecento metri sul livello del mare, non è una vigna, ma uno stato dell’anima: incontrarla d’inverno è forse ancora più magico che d’estate, quando gli sporadici frutti si affacciano sugli alberelli pre-phyllossera di cento anni fa; d’inverno questa conca naturale, circondata da cumuli di pietra lavica, sembra un’istantanea spazio-temporale, nella quale il tempo si ferma, il ciclo biologico della vite rende gli alberelli immobili, tanto da far sembrare impossibile che da quei tronchi

Autore dell'articolo: Paolo Di Caro

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